mercoledì 10 febbraio 2016

Il viaggio della vita

Tornare alla mia vita di sempre non é stato facile. Ho sentito freddo (tanto). Ho avuto troppo sonno ad ore sbagliate. Ho trovato tutto troppo affollato, ovunque. Ho perso completamente il contatto con la natura che lí dovunque fossi non potevo evitare.
Ma quello che ho vissuto prima di tutto é stato lo straniamento. Sentirmi fuori luogo in quella che é sempre stata la mia vita. Sentirmi non a casa. Sentirmi persa. Sono passati più di due settimane dal nostro ritorno, eppure io ancora ho quella sensazione chiara nella mia mente e nella pelle.
Sono cambiata un po'. Il viaggio mi ha cambiata. Il viaggio ha spinto la mia mente oltre. Il mio corpo non ha avuto scelta. Ha dovuto accettare la violenza delle tante ore in aereo e dei fusi orari. Del sole fortissimo, del mare potente, anche a due passi dalla riva.
Ma la mente ha avuto più tempo e più dolcezza. La mente si é fatta sorprendere. E' rimasta colpita dalla bellezza di paesaggi mai visti e soprattutto infiniti. Ho guardato tante volte l'oceano e ho ripetuto stupita: guarda, guarda com'é grande. Tu sorridevi e rispondevi "é l'oceano, é normale", ma io ribattevo "no, no, io l'oceano l'avevo già visto, ma mai cosi'".
Prima di partire ti dicevo che questo sarebbe stato il viaggio della vita. Un viaggio che non si poteva ripetere. Unico. Quasi di iniziazione. Ti arrabbiavi. Dicevi "ma ne faremo tanti altri". Io scuotevo la testa e ribattevo imperterrita, no no, non ne faremo altri cosí.
E' stato quello che pensavo. E' stato il viaggio della vita. Mi ha cambiata. Non sono quella che é partita eccitata e impaurita da una Parigi pesante e difficile da gestire. No, sono diversa. Sono quella che ha vissuto, sperimentato e gustato l'avventura. Lo sconosciuto. Quello che io non potevo immaginare. L'infinito. 


mercoledì 27 gennaio 2016

Quel cielo blu. Sí, quello lí

In una calda giornata di inizio agosto, su una terrazza londinese sorseggiavo vino e mangiavo patatine, quando un tipo mi fece cadere nella sua trappola, dicendomi "il cielo da noi é diverso, é piú blu". Io rimasi colpita da quella frase e anche da lui. Ci siamo frequentati per un po' e devo dire che io passavo piú tempo a chiedergli del suo paese che a parlare d'altro. Ognuno é poi giustamente andato per la sua strada, ma a me é rimasta la fissa di andare a vedere quel cielo. Cosí blu. 
Poi ho conosciuto te. E quasi subito tu mi hai confessato il tuo sogno, che coincideva con andare a vedere quel cielo lí. Un po' come un passo alla vita adulta. Un po' come un gesto di iniziazione a qualcosa di nuovo. 
Per un lungo periodo, ho fatto coincidere il vedere quel cielo che mi avevano detto essere blu con il desiderio di vedere due occhi che non ho mai visto, ma in cui avrei tanto voluto perdermi. Il valore simbolico di questo viaggio é cosí diventato fortissimo. Tu mi dicevi "quegli occhi non sarebbero mai stati blu, la genetica non perdona", ma io me ne sbattevo della genetica e credevo nel mio mondo fantastico. 
Alla fine, dopo tanta attesa, l'ho visto quel cielo. La prima cosa che ho fatto appena scesa dall'aereo é stato guardare in alto. Guardare al cielo. Ed era blu, forte, intenso. Anche il sole era forte, cosí tanto da dovermi mettere gli occhiali da sole, che nonostante i filtri, lasciavano quel cielo sempre di un colore intenso, intensissimo. 
Ho passato 4 settimane con il naso all'insú. A parlare a quel cielo. A parlare a quegli occhi. A dire, ecco, finalmente ci siamo conosciuti, incontrati, anche un po' coccolati. Quando sono tornata, l'ho cercato ancora quel blu intenso. Non l'ho trovato. Troppe nuvole nei cieli inglesi. Fa lo stesso, me lo porto sempre dentro quel blu. Sempre con me.Ora ancora di piú.

lunedì 23 novembre 2015

Io non voglio avere paura

Sono cresciuta in un paese in cui ogni tanto scoppiavano bombe. Non a pioggia, né dal cielo, come in un bombardamento, mais de temps en temps, di qui e là. Sono cresciuta con una madre che ogni volta che andavamo a Bologna mi ricordava che quello squarcio nel muro alla stazione era per un treno che mia sorella e mio padre avevano preso tante volte prima che qualcuno lo facesse saltare in aria. Ho passato le mie vacanze estive nella verde Bellamonte a sentire i racconti di Aldo Moro, che aveva la casa lí vicino, e di come lo avessero ritrovato morto in una mattina di primi caldi in un bagaglio somewhere in Rome. 
Ho visto le torri gemelle sciogliersi in mille particelle di polvere. Ho transitato per Atocha. Ho pianto i morti di Nassiria. Il cuore mi si é stretto davanti ad altri mille eventi tragici e morti insensate. Ho scritto Je suis Charlie sui social media e altrove, nella mia testa, su pezzi di carta attaccati alla finestra. Ho chiesto al mio lui "portami lí, voglio depositare un fiore". 
Ho vissuto a Bruxelles per anni. Ne conosco ogni singolo spazio. Conosco la mixitude. Le donne velate. Le moschee. I quartieri arabi. Ho vissuto lí, ne sono stata parte. Ho fatto la spesa al marché de Midi. Ho vissuto sopra una famiglia musulmana per anni. Ho imparato che siamo diversi, ma siamo pur sempre uomini. 
Ora il panico si é impossessato del mondo. Ho sentito persone dire "non uscire di casa". Non andare al cinema. A fare la spesa. O ancora "io non porto i figli a scuola". E ho pensato: ecco, i terroristi hanno vinto. Si, ci hanno fatto veramente paura. 
Io non ho paura. Io non voglio avere paura. Credo in Dio, anche se non pratico. Ho sempre pensato di essere uno strumento di un disegno superiore. Forse sbaglio, forse mi illudo. Ma forse per questo, io non ho paura. 
Piuttosto, voglio credere in un mondo migliore. Ho visto tante atrocità con i miei occhi. Solo due settimane fa camminavo in un'aria densa di morte fra le rovine di Auschwitz. Voglio credere che chi verrà dopo di me potrà avere quel mondo che John Lennon ci ha cantato. 
Io ci credo in quel mondo. E' per questo che non voglio avere paura.

mercoledì 18 novembre 2015

Noi, si proprio noi, ci pensiamo

C'é una cosa che io ho sempre capito poco. E questa cosa é come si rimane alla fine di una storia d'amore. Mi riferisco a un codice da seguire su cosa si deve e non si deve fare. Mi chiedo e mi sono sempre chiesta se ci si dovesse sentire ogni tanto o mai. Se sia lecito cercare un contatto anche dopo la fine. O se la scelta migliore fosse lo scomparire nel nulla.
Ho avuto storie che si sono trasformate in rapporti forti. Ho avuto storie da dimenticare, di quelle in cui cancelli il numero e cerchi di nascondere i ricordi tra i meandri dei tuoi pensieri. Ho avuto storie in cui avrei voluto mantenere un minimo contatto, quasi per educazione, e non ci sono riuscita. E ho avuto noi o meglio la nostra storia.
La nostra storia é durata poco. Ma é stata importante perché mi ha ridato fiducia nel mondo, nell'essere umano, nell'amore.
Per uno strano motivo, ci siamo rivisti una volta sola da quando le nostre strade si sono separate. Ognuno ha fatto la sua strada, ognuno si é ricostruito la sua vita.
Londra non aiuta a restare in contatto, é troppo grande. Le relazioni umane funzionano seguendo la legge del mercato. Ad un certo punto, non sei piú attraente, competitivo, insomma, finisci nel dimenticatoio. Ci sono troppe persone da vedere incrontrare, troppi numeri da salvare sulla rubrica del telefono.
Ci siamo scritti ogni tanto, di quelle email generiche da mandare per far sapere che c'é una stanza libera a casa tua o che corri la maratona e cerchi fondi per la tua charity preferita. Mail generiche, anonime. Oppure altre con link ad articoli, ricette di cucina, eventi che possono piacere all'uno o all'altra. Mail che iniziano con "sai, ti ho pensato ieri, oggi, domani perché...". Mail che indicano un contatto, un ricordo sempre presente, un qualcosa che abbiamo lasciato nelle vita dell'uno e dell'altro.
Quante ce ne siamo mandate di mail cosí? non tante. Ma abbastanza. E quello che ne emerge é sempre lo stesso. Noi ci pensiamo. Tu pensi a me. Io a te. Ogni tanto, nelle corse delle nostre vite. Non ci amiamo, non ci siamo mai amati, ma ci pensiamo perché abbiamo lasciato un segno nella vita l'uno dell'altro. 
Prendiamoci questo. Altro non c'é.

lunedì 9 novembre 2015

Lì dove il mondo ha finito di esistere

Io volevo andare. Io volevo vedere con i miei occhi. Sapevo che avrei sofferto, ma sentivo di doverlo fare. Era un tributo. Era per onorare la memoria di chi era morto in quel luogo di orrore. Cosí ingiustamente.
Ho avuto paura. Di soffrire vedendo la verità.  Di piangere lacrime senza trovare consolazione.  Ho avuto paura di vedere fino a dove si poteva spingere l'umanità. O meglio l'assenza di umanità.
Niente è andato come avevo previsto. La famosa scritta non era ad aspettarmi dove pensavo. Non ho singhiozzato come temevo. Ma ho sentito l'odore della morte. Ho sentito che l'umanità in quel posto ha lasciato il posto a qualcosa di impossibile da capire. Di irrazionale. Di disumano. Di inimmaginabile.

Mi sono chiesta come si potesse scrivere che il lavoro rende libero l'uomo in un posto dove l'uomo veniva spogliato della sua stessa natura umana e ridotto ad uno stato miserabile? Dove non esisteva nient'altro che stupore, come negli occhi dei prigionieri ritratti e catalogati al loro arrivo in foto che ricordano vagamente le foto tessere moderne. Nei loro occhi, ho visto stupore e paura. A volte sfida. Sfida che però sfumava via presto. Pochi duravano più di alcuni mesi. Alcuni venivano gasati al loro arrivo. Altri dopo poco. Pochi giorni, poche settimane di una sofferenza estrema. Ripeto, inumana. Ho visto quei volti persi. Stupiti. Impauriti. Non riesco a dimenticarli. Non posso farlo per rispettare il loro onore. Calpestato. Infangato. Distrutto dalla barbaria umana. 


Vagando attraverso quella desolazione, mi sono ripetuta varie volte "non dimenticare". Non dimentichiamo quello di cui è stato capace l'uomo. Non dimentichiamo questa enorme sofferenza. Ma facciamo nascere fiori da queste ceneri. Un mondo migliore. Un mondo di amore. Di fratellanza. Non facciamolo capitare mai più. 
Lasciamo agli uomini la loro dignità. Perché sono uomini, come noi. 

Cit.

Je te donne nos doutes et notre indicible espoir.
 
E proviamoci cosí ad andare avanti. 
Altro non ci é concesso. 
A parte correre. E correre. E correre. 
Arriverá una sedia su cui sedersi per smettere di correre. Prima o poi arriverá.
E il vuoto nella mente. O almeno solo le cose belle.
Si, si, arriverá. 
 
Run fast for your mother, run fast for your father. Run for your children, for your sisters and brothers. Leave all your love and your longing behind. You can't carry it with you if you want to survive.

lunedì 5 ottobre 2015

Darling, dog days are over

Che rumore fa l'Eurostar? Che rumore fa l'emozione del ritorno sul continente? Come ci si sente quando si lascia un'isola, per quanto stabile, per tornare sulla terra ferma? Fa il rumore dei pensieri. Fa il rumore dei sospiri. Fa il rumore di trovarsi in un paese che non si conosce, ma che in parte si ama. Si ama perché quel paese parla la tua lingua, La lingua degli affetti, la lingua dell'amore. Quel paese lo ami perché é dove sei voluta andare da sempre. Lo ami perché fin da adolescente é stato quello il tuo sogno, il tuo rêve, che ti portava lontano da una realtà in cui c'era poco di bello.
Ero cosi'. Ero li' sul quel binario buio. In piedi col mio cappottino rosso. Il raffreddore nel naso. In una stazione sotterranea. In cui sono stata qualche volta. Di corsa, in giornata. E ho sentito il rumore dell'Eurostar. Che mi riportava da te. Da te che eri rimasto su quella benedetta isola, instabile. Instabile nella mia testa. Segno di una vita che di stabile ha poco. O che lotta per esserlo. Fra le sopraffazioni quotidiane. I rospi da mandare giù. Ecco, in quel momento quel rumore mi ha ricordato quando corro in stazione per lavoro. Quando devo fare la bella statuina. Quella che scuote la testa e dice "yes, of course" e vedo una realtà che non mi piace, insieme al mio sogno che si infrange. Ma mi ha anche ricordato quel rumore di quando il treno arriva in stazione, sul continente. E io mi sento la gioia in petto, quella del ritorno. 
Non é che la vita prima fosse perfetta. Anzi. Ma era diversa. Ero diversa io. Forse, ora, sarebbe veramente perfetta. Perché come dico sempre, qualcosa é cambiato. E quel qualcosa sono io. E questo non é poco. Anzi. E' tanto. E come mi ripeto spesso, darling, the dog days are over. E lo sono per sempre.