lunedì 2 febbraio 2015

Mio fratello si sposa

Stavo avendo una difficile conversazione. Non era un momento facile. Lui era seduto sul divano al computer, io parlavo al telefono. Poi lui ha gioito. L'ho visto sussultare sul divano. Forse per la sorpresa, forse, ho sperato io, per la gioia. Francesca, mio fratello si sposa. Io mi sono alzata in piedi, ho chiuso la conversazione annunciando a chi era dall'altra parte del telefono "scusa, il fratello si sposa, devo andare". 
Poi, nel giro di pochi secondi, mi sono trovata dentro una chimata skype, con due facce conosciute, ma ancora non cosí familiari. E lí ho sentito il crollo. Ho sentito le lacrime scendere. Ho trattenuto il piú possibile, ma appena abbiamo attaccato sono scoppiata. 
Ho pianto per la tensione che avevo accumulato in quella telefonata. Ho pianto per l'ennesima ingiustiza. Ho pianto di gioia, per la consacrazione dell'amore. Perché quei due visi li ho visti pieni di gioia. Di sorpresa. Di amore.
Ho pianto per il tuo cuore puro, sincero, dolce, mentre mi annunciava la notizia. Quella della consacrazione dell'amore. Again.

lunedì 12 gennaio 2015

Je suis Charlie. On est tous Charlie.

Siamo tornati su quella stessa piazza in silenzio, con le penne in mano. Penne rivolte al cielo. Silenzio negli occhi. Nel cuore. Il tricolore francese svolazzava ovunque.
Non ci sono state parole. Solo costernazione. 
Oggi come ieri, je suis Charlie. 
E non voglio sentire altro. E' stato solo orrore. E' stata solo violenza. 
Lasciamocelo alle spalle per la pace. Mais moi je reste Charlie.

giovedì 8 gennaio 2015

Je suis Charlie

Quando é successo, io non ho capito. Non ne avevo capito l'ampleur, come dicono i francesi. Conoscevo Charlie Hebdo. Come non si potrebbe. 
Poi, pian piano ho realizzato. Ho realizzato a Trafalgar Square, quando ho raggiunto la folla silenziosa. A Trafalgar Square. Tutti in silenzio, attoniti. Qualcuno cantava la Marsigliese. Altri brandivano penne. Noi avevamo un foglio con scritto "Je suis Charlie". Mi ha ricordato la sensazione che ho avuto dopo l'attentato a Nassyria. 19 soldati italiani uccisi. Qui 12 giornalisti. Il perché non c'é neanche da chiederselo. 
Ieri sera ti ho visto teso per la prima volta. Attonito. Irritato. Mi hai detto "non mi capacito". Io neanche. E mentre non riuscivamo a dormire parlavamo. Io ti chiedevo come si possa fare. Come si possa anche solo pensare di fare una cosa del genere. Cosa quelle persone hanno provato mentre fuggivano dopo quella barbaria. Cosa hanno provato mentre ammazzavano barbaramente 12 persone, chiamando alcune di loro per nome? 
Poi ho pensato a questo mondo. Al futuro che daró ai miei figli, se mai ne avró. E stamani, ancora attoniti, legati al filo di voce della radio francese, te l'ho chiesto di nuovo: "Quel future donnerons-nous à nos enfants, si nous en aurons?". Tu hai risposto con un sospiro. 
Charlie Hebdo c'est une histoire triste. C'est la stupeur devant quelque chose qui ne parait pas possible. C'est l'humanité en révolte. Devant une tuerie sans sens. 
Je suis Charlie, lo ripeto. Ma ieri, oggi, domani on est TOUS Charlie.

giovedì 20 novembre 2014

No good at goodbyes

Quelle strane situazioni in cui tu dici: vorrei, ma non posso. Vorrei tornare lí. Ma non posso. Vorrei tornare in un momento preciso. In una situazione di mente e cervello, cuore e stomaco liberi. Di spensieratezza (ma quando mai sono stata spensierata io? mi chiedo icnredula). 
Ho sofferto. Per poco meno di 48 ore. Ho sofferto perché ho capito che quella vita che io avevo non esiste piú. Non c'é. Siamo cresciuti. Siamo invecchiati. Ho visto le prime rughe intorno alla bocca della mia amica. Vedo anche le mie.
Ho visto il viso stanco dell'amico che sta salutando il padre. Ho visto la disperazione celata di chi ha visto una vita partire, senza poterla chiamare propriamente vita. Ho snetito il silenzio imbarazzante fra me e te. Sí, me e te. Noi. Quel silenzio che non c'é mai stato, neanche quando tu soffrivi perché io ti avevo lasciato via. Ho sentito il silenzio scelto per non ferire l'altro e per non dire troppo. 
If I could turn back time. Non sarei mai andata via. Ma le cose sarebbero cambiate comunque. Ne sono sicura. E io non sarei stata brava a dire arrivederci a quella parte di vita. Alla finta spensieratezza. Alle domenica nella casa soffitta a cucinare torte. Alle domeniche all'Union a fare gli aperitivi con i thé alla menta. 
A me stessa. Che non sono la stessa. Sono cambiata anche io. E non solo per le rughe. Le consapevolezze. La tristezza per quanto ho perso. Per la vita. 
Salut Bruxelles. Au revoir Bruxelles. Je ne sais pas si je serai à nouveau là. Parce que de temps en temps il faut savoir dire au revoir.
 

lunedì 17 novembre 2014

3 cose

Ho tonnellate di lavoro. Spalmate nella testa e sulla scrivania (tralasciando la mail). Ma stamani mi sono messa a bighellonare per tre minuti au un profilo instagram e poi da lí su un blog. Carino. E ho letto di questi posti intitolati "3 cose". 3 pensieri insomma. Ho pensato: ne scrivo uno anche io, visto che ho i pensieri sparsi male, incasinati, non meno dei miei capelli sulla testa in un giorno di novembre con l'umidità 300%.
Ed eccoli:
1. domani vado nella mia amata patria spirituale. E per la prima volta da quando me ne sono andata, ho un'agenda fitta di impegni. Di lavoro. Cosí tanti, che per trovare posto per vedere gli amici, c'é rimasto solo lo slot 21.30 - 24.00. Sigh. Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me. Che il lavoro si prendesse la mia vita. Prima ero io che mi lamentavo con Lui perché lavorava troppo. Ora é Lui che al mattino mi dice: "ma torni tardi anche stasera?". Con tutte le considerazioni che ne vengono annesse (dobbiamo andare via da qui, devi essere piú assertive, noi una famiglia non ce la potremo mai fare, etc.) 
2. ieri ho sentito il maestro. Non sapevo neanche che lo chimassero cosí, ma mi sono trovata davanti De Gregori. Ero in prima fila senza neanche farlo apposta. Io ho comprato quello che ho trovato. E cosí ci siamo trovati io e Lui e De Gregori. E ho pianto di commozione. Ho pianto su Viva l'Italia, per il mio paese lontano, bistrattato, a pezzi. E ho pianto su quella famosa frase. "E ora le tue labbra puó spedirle ad un indirizzo nuovo, e la mia faccia sovrapporla a quella di chissá che altro. E guarda ho ancora quei 4 assi guarda bene di un colore solo...". Ho pianto per la commozione. Per quella frase che mi sono cantata dentro tante volte. Per tutte le delusioni. E non solo quelle di amore. E quella frase l'ho cantata girandomi e guardando Lui in faccia. Glielo avevo preannunciato. Paese mio, dove vai? Francesca mia, tieni duro, aggiungerei. 
3. sono giorni che penso di essere contornata da dolori. Dolori legati alla nascita e non solo. Alcuni legati al mettere al mondo un nuovo essere. Nello stesso giorno qualcuno perdeva una vita dentro di sé, che se ne andava in sordina, e qualcun'altro si faceva impiantare degli embrioni nel proprio utero. Due donne impaurite. Due donne distrutte in un certo senso. Lasciare andare una vita é la cosa piú difficile che ci sia. Forse peggio quando non l'hai conosciuta quella vita. Farsene impiantare una, nella speranza che resti con te, non é diverso. Ho solo detto "io non lo faró mai". Ma é facile dirlo. Si dicono tante cose, poi nel momento se ne fanno altre. Dolore. Puro dolore che ci circonda, che si nasconde dietro le pieghe dei nostri maglioni. Che qualcuno ci aiuti.  

martedì 14 ottobre 2014

15 minuti

15 minuti per scrivere. Per incapsulare le tonnellate di pensieri. La stanchezza. Gli occhi gonfi per il troppo fare. Un lavoro che ormai prende tutto. A momenti anche me e te, se non mi difendo bene. 15 minuti per mettere insieme tanti pensieri. 
Eravamo a casa. Seduti intorno al tavolo. Tu hai capito che ero nervosa. Mi hai chiesto cosa mi stesse succedendo, cosí di botto. Ti ho spiegato. Ho visto due mani che conosco. Una faccia da schiaffi che conosco, ho aggiunto. Non l'avrei voluta vedere. Tu mi hai detto "lascia andare. il faut laisser aller, Francesca". 
Io ho detto si, vero, verissimo. Ma mi da' cosí fastidio. Vedere che c'é gente che ha ancora quelle mani, gente che non vorrei ci fosse piú sulla faccia della terra, gente che abbraccia amici miei in una foto. Gente che si sente figa, quando é pura merda. 
Poi ti ho chiesto di non farmi mai niente del genere. E ho dormito la solita pace dei giusti attaccata a te. Come tutte le notti. 
Broken. Broken into two. But I still call it magic when I am next to you. Respira, Francesca, respira. La vita ti ha dato modo di vedere che due mani non contano. Neanche i sorrisi finti. Neanche i sentimenti falsi. Come chi c'é stato e non c'é piú.
E' altro che conta. Tu lo sai. Perché lo hai perso.Lo hai dovuto lasciare andare. Scivolare via. 

lunedì 29 settembre 2014

Me la voglio ricordare cosí

"Per questo nulla così pieno che ha diviso un prima e un dopo in cui ci sei sempre tu".
Non so se é stata scritta per me questa frase. So solo che me la sono sentita mia.
La cito. Non dico la fonte. Per mantenere, salvaguardare la privacy.
C'é un nulla che é pieno. C'é un nulla che é vuoto. C'é la vita. Ci sono io. Con questo nulla accanto.
Per sempre.
C'est la vie.
E poi puó anche cadere il mondo, sai? l'ufficio puó andare a fuoco. Ma non conta. No, quello non conta.
Io guardo in alto e cerco il blu. Quello mi fa andare avanti.