martedì 13 agosto 2013

Sdraiarsi per terra

Sono giorni che vado lí e mi sdraio per terra. Mi sdraio per terra e chiudo gli occhi. Mi sdraio per terra e fantastico. Mi sdraio per terra e sogno. A volte leggo anche. Ieri, ancora una volta, mi sono sdraiata per terra. Non stavo bene, per niente. Ma quella musica delicata, dolce, orientale, ha curato un po' il mio mal di pancia. E mentre ero sdraiata, ho pensato a te. Ho pensato al fatto che non ci parleremo piú. Al fatto che tu lascerai probabilmente questo paese, senza che nessuno dei due si sia rivolto ancora una volta la parola. Mi sono quasi vista davanti il biglietto da firmare. Lo spazio bianco fra le frasi, sempre uguali, degli altri. Io non scriveró. Io non verró a nessun party, se mai lo organizzerai, anche se per mantenere la facciata, dovrei. Basta. Sparirai. Sei già sparito. Anche io sono andata via. Cosí ho voluto. Cosi hai voluto. Decisione piú o meno all'unanimità. Archiviata, ma non sempre dimenticata.
E cosí, ho sospirato e ho pensato ad altro. Ho pensato ai mocassini. Si, proprio a loro. Al modo in cui mi guardano, alla dolcezza dei baci che mi danno, alla tenerezza delle mani che mi accarezzano, a quel profumo delicato di uomo. Du pure bonheur. Come dicono giustamente i francesi.  Du pure bonheur che porta via la tristezza, o meglio l'amarezza dei ricordi.

lunedì 12 agosto 2013

A la prochaine

Doveva esserci la pioggia e c'é stato il sole. Doveva essere una "fuga d'amore" da qualcuno un po' troppo invadente e lo é stato. Dovevano essere lunghe chiaccherate e lo sono state. Dovevano essere lunghe notti di sonno e sono stati risvegli antelucani da sole splendente, a momenti invadente. Ci si doveva perdere in una Londra insolta ed é stato cosí. Tutto condito da cibi da scoprire, visite di uomini con mocassini che spuntano e si perdono nel mio building, musica da scovare in un negozietto a Shoreditch o ascoltare su una coperta alla Royal Albert Hall, improbabili scrittori professori da conoscere, insalate da gustare fra gli shabby chic londinesi, vestitini da contrattare con sorridenti commesse cinesi, che amano l'Italia e che fanno sconti perché siamo italiane, libri da dedicare per poi rivederli apparire nella libreria, sempre instabile e un po' ambulante, della mia stanza, in un futuro prossimo, uomini da conquistare o da cui farsi conquistare attraverso la strategia un messaggio al giorno toglie il dubbio di torno (se di dubbio si puó parlare). E infine una colazione per ricordare la nostra Bruxelles e i tempi andati. E soprattutto, una sola parola, o meglio locuzione verbale (ho qualche reminescenza della grammatica italiana anche io): à la prochaine, ma chère amie!

mercoledì 7 agosto 2013

Il percorso di espiazione dei sensi di colpa inutili

Tempo d'estate, caldina, ma non caldissima, insomma pure sempre inglese/nordica. E allora partono le cene a casa, ora che il coinquilino é in vacanza e la nuova arrivata si da' per dispersa o quasi. e vengono a casa a mangiare amici internazionali, tanto per mischiare tante lingue e tante culture. Io cucino la pasta, loro portano secondi, dolci e antipasti. E inizia la magia. Le chiacchere, le risate, le facce sorprese, le facce disgustate ("veramente ti é successo questo?"), le facce divertite. Tutto nella norma. Poi io racconto la mia storia. Sí, proprio quella. Mi scappa fuori dalla bocca come risposta ad una domanda, che suonava come "io pero' non capisco". Tutti in silenzio, tutti ascoltano. E, incredibilmente, tutti capiscono. Annuiscono addirittura con la testa. L'amica polacca si commuove e dice "non sei l'unica", la spagnola abbassa lo sguardo e dice "é successo anche a me. Poi sono stata fortunata e ho incontrato Jorge e ho capito che la vita, l'amore, potevano essere diversi".  La conversazione torna ad alleggerirsi, i sorrisi tornano sulle labbra, tornano le battute e le risate. Tutti si preparano ad andarsene, mi ritrovo in cucina da sola. Maria, si avvicina, mentre io sono di spalle al lavello. E mi dice questa frase "Francesca, anche tu molto presto troverai il tuo Jorge. Ma non ti sentire mai in colpa per quello che hai fatto, per la tua incapacità ad agire. Sei qui ora, a ridere, a scherzare, a ridere con noi". Dopo la casa si é svuotata. Sono rimasta io, con i piatti da lavare, la sale da sistemare. E una certezza. Il percorso di espiazione dei miei sensi di colpa per quanto ho vissuto e accettato, é finito. Dopotutto, quei sensi di colpa erano inutili. La vita é altro. La vita vale altro. Con i mocassini o senza ai piedi.   

domenica 4 agosto 2013

Riflessioni da fine del weekend (o del giorno dopo)

Esistono nel mondo del commercio affettivo ancora uomini che sanno farti credere per un weekend di essere perfetti, à ta taille. Bisogna poi vedere se restano cosi' dopo un certo numero di lavaggi. 

Paris vaut bien une messe

Sono arrivata dopo un viaggio che mi é sembrato lunghissimo. Sono arrivata cercando un po' di Belgio, in un paese che con la mia seconda patria condivide solo la lingua. Sono arrivata e mi sono sentita spaesata, fino a quando non ho sentito la musichetta di SNCF, che mi ha ricordato dove fossi. E poi ho visto te, col sorriso sulle labbra. Poi ho chiuso gli occhi, dopo averti detto "Portami nella tua Parigi". E per 48 ore sono andata in giro guidata dalla tua mano, nei posti della tua giovinezza. Mi hai fatto vedere una Parigi diversa, abbiamo abbandonato il Frenglish e abbiamo finalmente parlato nella tua e anche un po' mia lingua. E abbiamo parlato tanto, quasi senza mai fermarsi. Abbiamo parlato ore e ore, raccontato, discusso. Tu mi hai fatto le tue rivelazioni scottanti (Eh si, ho votato UMP), io ti ho raccontato di Saint Eustache e quell'incontro aspettato e agognato per anni, quando ero ancora una ragazzina. Ci siamo trovati su un ponte sulla Senna al tramonto, che mi ha tolto il fiato, insieme al tuo abbraccio. E poi il cibo, la baguette che in Francia é più saporita, come dice Nadège, i croissant più burrosi e le colazioni al Pain Quotidien, perché la Belgique é sempre con me. E un uomo, piccolo e profumato, che inizia a parlare, a raccontare, ad aprirsi, di fronte alla sua città, di adozione e mi racconta pezzi di vita passata e digerita, ma sempre presente. Ecco, non ho visto il tempo passare. Ecco, é come se mi avessi sempre tenuto per mano, da quando mi sei venuto a prendere a Gare du Nord, a quando ti ho salutato all'Hotel de Ville. Si, un piccolo sogno, nella tua Parigi, col mio francese e un paio di mocassini. Ancora una volta mai viste scarpe più sexy. Anche a Paris, che vale sempre una messa!  

venerdì 2 agosto 2013

New York New York

Cosa mi ricordo? lo stordimento. Il depaysement, dicono i francesi, l'estranamento, dicono gli italiani. Una giornata durata 30 ore, la prima. Una 18, l'ultima. Mi ricordo un accento diverso, difficile da capire. Mi ricordo il cielo invisibile fra i grattacieli. Ricordo anche i segni di una società che sí definisce multietnica, ma che poi blocca, chiude, segrega in base al colore della pelle e alla lingua che parli. Mi ricordo il verde del parco, il fresco del parco. I suoi luoghi preziosi. Mi ricordo la calura del Village, temperata dalle scalette di fronte ai portoni, dove sedersi e pensare. Mi ricordo la gente un po' folle, che fa tutto quello che sente e che vuole. Voglio danzare: ballo. Voglio cantare: canto. Voglio camminare sulle mani: cammino. Mi ricordo panchine su cui sedersi nel verde fra i grattacieli, bevande zuccherose, vagoni della metro gelati e carte difficili da decifrare. Mi ricordo la stupore davanti a quadri visti solo nei libri d'arte, elefanti imbalsamati e dinosauri ritrovati. Mi ricordo l'odore delle banconote verdi che sfiorano le mie mani. Mi ricordo un lungo viaggio di ritorno e lo stordimento completo, estenuante. Ancora una volta. Ma questa volta nel mio paese. 

mercoledì 31 luglio 2013

Riflessioni da partenze ed esodi imminenti

Non c'é niente di piú difficile di fare pace col passato di fronte ad un futuro imperante.