Bruxelles, ma belle. Cosi' mi viene di chiamarti, queste sono le parole che mi salgono alla bocca quando penso a te. Sei stata un'esperienza di crescita, une éducation sentimentale per me. Sei stata la città del cercare di creare, di rinascere, di ricominciare da capo, per dimenticare il passato. E' stato li' che ho capito che i fantasmi non vanno chiusi nell'armadio, ma affrontati, sconfitti, giorno dopo giorno. Sei stata una tazza di assenzio, un lungo respiro durato anni. Me ne sono resa conto tornando a camminare per le tue strade, quelle strade che conosco ad occhi chiusi, ho capito che ho vissuto lunghi anni in apnea, non per costrizione, ma perché non avevo bisogno di respirare. Sei stata la prima città di cui ho imparato i nomi delle strade a memoria, di cui so disegnare la cartina mentalmente, senza esitazioni. Ho vissuto delusioni e illusioni in questi anni, le prime insignificanti rispetto alle seconde. Sei stata la città in cui ho capito che potevo valere qualcosa, in cui ho imparato a mostrarmi per quella che sono veramente. Mi hai insegnato ad aprire il mio cuore, ad ascoltarlo, a non avere paura dei sentimenti. Mi hai aiutato a trovare il coraggio di sedermi di fronte ad un estraneo per raccontare, parlare e lenire le mie ferite e per trovare la forza di perdonare ed andare avanti. Tutto questo l'ho impacchettato e chiuso in dodici metri cubi di spazio, anche se mentalmente l'ho portato con me. Ora aspetto di trasportarlo fisicamente nella mia nuova casa e nella mia nuova vita. Forse un giorno avro' veramente una mia casa, con le mie cornici, i ricordi, i miei utensili da cucina, i soprammobili che ricordano qualcuno e qualcosa, i miei libri, da sfogliare ogni tanto per rileggere una frase. Un giorno tutto questo avrà un posto fisico, un rifugio per loro e per me. Un giorno anche io piantero' le mie rose come quelle trasportate nei vasi dei romanzi dell'Allende, le piantero' in un posto dove decidero' di restare e di costruire in pianta stabile una nuova vita. Forse non sarai tu, Bruxelles, la prescelta, ma non importa. Tu sei stata parte della mia vita, della mia crescita. Non sei un luogo, ma un pezzo di vita, condito di amicizie, amori, risate, cieli grigi e giornate di canicola. Sei stata il passaggio dalla giovinezza alla vita adulta. Non me lo dimentichero', come una zingara, ti portero' dietro, con me, insieme ai miei dodici metri cubi di vita vissuta, assaporata e gustata.
lunedì 10 ottobre 2011
domenica 9 ottobre 2011
Contatti
Sfiorare la mano di uno sconosciuto nella metro, perché sei tanto assonnata che fai fatica a stare in piedi. Cercare affannosamente il bottone della sveglia, per restare ancora un po' nella culla calda dei sogni. Frugare nella borsa per cercare la carta d'identità che é il laissez-passer per la tua vecchia vita, nel continente. Sfiorarsi la pelle, alla ricerca intimorita e timida delle rughe nascenti. Sistemarsi gli occhiali sul naso, anche se senza di loro forse vedresti meno confuso e sfocato. Cercare la tua pelle, sentire metaforicamente la tua barba, quasi a ricordarmi mentre mi graffia nel pensiero che esiste sempre la possibilità di risalire. La penna che scrive sul foglio, per codificare e rendere reali i miei sentimenti e mi fa sentire meglio. Salire su un treno, toccare il velluto del sedile, sentire la gioia del tornare, tenendo presente che ora la mia vita é altrove e che devo lasciare andare quella passata. Abbracciare amici, ex-colleghi, vecchi e profondi amori. Guardare te, che sei stato il primo vero amore e capire che abbiamo costruito tanto e che anche se l'amore é tramontato resta un affetto grande e puro. Sfiorare con i polpastrelli ilmio vecchio campanello e notare che senza il mio nome é più bello. Prendere due, dieci, venti vite e metterle a contatto, far nascere amicizie che il tempo non sfiorisce, amori non svelati ma intensi, costretti a trasformarsi in stima e affetto. Entrare in contatto con il proprio cuore, cercare di ascoltarlo e capirlo. Dirgli che c'é ancora tanta strada da fare, battiti da pulsare, lagami da rendere solidi, contatti da stabilire e mantenere. A vita.
Parole sfuggite o fuggite di nascosto
Ci sono delle parole che sfuggono, senza volerlo scappano fuori dalla bocca e dal cuore. Sono parole vere, che confermano sentimenti accennati e sussurrati, a cui stenti a credere fino a quando un bel giorno ti si palesano davanti. Sono parole timide, che si vergognano di se stesse, che si vorrebbero nascondere e che poi esplodono, lasciando senza parole te e chi ti é vicino. Succede cosi', al cuore non si comanda né ci si puo' imporre sul cuore, sono parole che vanno accettate e integrate, fa parte del processo di crescita, delle sfide quotidiane che ogni giorno dobbiamo accettare e portare avanti.
Sono parole che quando ti sfuggono ti fanno vergognare, ma ti fanno anche sentire meglio, ti senti l'anima leggera, come se ti fossi tolta un peso dalla coscienza. Ora é tutto chiaro, limpido, ora non ci sono mezze frasi, secondi e terzi sensi. Il problema é che queste parole sono pesanti, difficili da condividere, da far accettare. Sono il segno di una fiducia cieca nell'altro, di una spregiudicatezza senza confini, della volontà di vivere di un fiato. Perché la vertigine non é paura di cadere, ma voglia di volare. Si', di volare lontano, in alto, nel cielo blu con poche nuvole, sereno, anzi serenissimo.
mercoledì 5 ottobre 2011
Il vento del Nord
Aprire il proprio salotto, spalancare le finestre, fare entrare una ventata di aria fresca. Ecco che cosa ho fatto. Il vento del Nord ha portato freschezza, ha destato il mio animo assopito, catturato da una finta tristezza. Ancora una volta, ho avuto la conferma che la vita é nelle mie mani, che ci sono occasioni e incontri unici, come questi.
Domani prendero' di nuovo la mia valigia, sporca e rotta, ritornero' sul continente, mettero' una breve pausa a questo isolamento. Assaporero' il sapore del passato, rivedro' volti cari, sorridero' di nuovo, ma cerchero' di lasciare da parte la nostalgia e di assaporare il presente.
Questa é la mia occasione per crescere e maturare, per continuare e forse portare a termine un cammino iniziato tanti anni fa, per costruire una Francesca forte, indipendente. Forse quella mano che cerco di afferrare é un po' come quando da bambine ti chiedevo di darmi la mano prima di addormentarmi. E' la mano della sicurezza, del consiglio, dell'approvazione.
Dopo tutto questo posso tornare a dormire sicura e serena, l'aria é cambiata, non ho più segreti. La strada é lunga, ma io ho le forze per percorrerla. Devo solo spalancare le finestre del mio cuore, fare uscire la tristezza e lasciare posto alla vita. E cosi' sia.
martedì 4 ottobre 2011
Let the rain come down
Come ho passato questi due ultimi mesi? camminando e pensando, ammirando, scoprendo e sorprendendomi. Sorprendedomi a pensare e trovare bella una nuova realtà, scoprendo posti finti e reali, accomodandomi su divani altrui, virtuali e concreti. Sono i mesi in cui ho scritto di più, in cui il mio cuore ha battutto più forte di prima, mesi di crescita, mi dico fra me e me, ma anche di difficoltà. Ho avuto un paracadute sulle mie spalle, per non farmi male nella caduta. Ho trovato supporto, inaspettato, e affetto che mi ha sorpreso.
Anche stasera ho camminato tanto, ho rimirato un cielo che ti avrei voluto far notare, mi sono fermata su un ponte a guardare il Tamigi, grande, nero, avvolgente. Ho pensato che forse sprofondare li' dentro sarebbe più facile che affrontare ogni giorno questa realtà, con l'insoddisfazione, la frustrazione e il senso di inadeguatezza che mi porto dentro. Ho pensato al sonno che ho perso, insieme ad una vita, che forse non ha niente da rimpiangere con quella che ho ora e che avro'. Ho capito che bisogna sempre andare avanti, guardarsi indietro solo per vedere quanta strada si é fatta. Ho capito che é andata come é andata, che non sono stata una perdente o una debole perché ti ho fatto spadroneggiare quanto e come hai voluto. E' stato solo perché ero troppo stanca e affaticata, avevo troppe pietre sul mio cuore, che mi pesavano, mi opprimevano. Ho parlato e condiviso troppo poco, sono stata troppo fiera di me stessa per chiedere aiuto.
Ora devo accettare tutto questo, digerirlo. Cosi' tornerà anche il sonno e la serenità, l'accettazione di me stessa e sapro' soprattutto godermi quanto ho fatto. Forse sapro' anche accettare di nuovo di amare e essere amata, senza vivere una tragedia emotiva. Sapro' andare su quel ponte, guardare il Tamigi e poi alzare lo sguardo in alto, per rimirare le stelle. Quelle si che saranno accoglienti.
lunedì 3 ottobre 2011
Il bene a tempo indeterminato
Camminare lentamente per strada, sentire i propri passi, i propri pensieri. Ripensare a quello che ci siamo detti durante quei dieci minuti che poi diventano ore. Lasciare il continente, una vita, una casa, un po' di amici e trasferirsi, arrivare a 31 anni per scoprire certe cose, per capire un po' di me stessa attraverso le tue parole. A momenti mi chiedo come abbia fatto, io, Francesca, a vivere, a non conoscere e scoprire certe cose solo ora, come l'affetto o il bene a tempo indeterminato, la condivisione, la disponibilità. Ecco cosa ho trovato in te: un silenzio che é pieno di parole, anzi un silenzio che prepara alla riflessione e allo scambio, ore di dialogo, di condivisione di momenti di vita per farti conoscere un po' più di me, senza paura di farti vedere qualcosa che non ti piace. Capire che il mio famoso salotto non é solo mentale, ma anche fisico, lo posso costruire nella realtà, lo sto costruendo grazie a te. In questo salotto fisico e reale forse possiamo anche limare le mie asprezze, smantellare i miei dubbi e le mie finte credenze, sorridere e lasciare andare via il passato, senza sotterrarlo, ma piuttosto superandolo, posso addirittura imparare ad accettarmi e a non dubitare di me. Cosa dire? Grazie per questo bene a tempo indeterminato, come lo definisci tu, grazie per la pazienza, per l'ascolto, per smantellare e negare le mie finte certezze. Grazie per quella mano che silenziosamente mi accompagna per le strade di questa città e per quelle della vita.
sabato 1 ottobre 2011
La valigia con le rotelle
Svegliarsi al mattino con la voglia di scrivere, di raccontare, di pensare e riflettere. Svegliarsi per codificare i propri pensieri, perché scriverli li fa sembrare veri e fanno meno paura. Scriverli per capire che c'é del positivo, del bene, insito segretamente in noi e nelle persone che incontriamo. Scrivere mi serve a capire che il peso del cambiamento puo' essere condiviso, a volte lasciato da parte, trasformato in un tesoro. Questo é il mio tesoro: é la seconda possibilità che mi é stata data, per capirmi e rendermi una persona più forte.
Ho quasi l'impressione di aver vissuto più qui in due mesi, che nella mia vita. Io, qui, da sola, straniera in una terra diversa, un'isola non solo geograficamente parlando, ma anche mentalmente, un altro mondo. Quante volte quando cammino per strada mi sento come un extraterrestre, fatico a pensare e a capire. Non é una questione linguistica, é sentirsi un alieno, cercando un appiglio a cui aggrapparsi per non cadere. Allo stesso tempo, questo é il momento della crescita, del grande salto. E' il momento in cui persone sconosciute mi invitano a credere in me stessa, a non cedere, ad andare avanti. E' il momento in cui capisco che l'appiglio sono io, sono le mie forze, la mia capacità di andare avanti, di voltare pagina, anche se ogni tanto torno a rileggere le pagine del passato.
So che ci sarà un giorno in cui smettero' di essere un'aliena e mi sentiro' un po' morire quando lascero' questa isola. Un'isola reale e metaforica, un'area protetta, l'isola delle possibilità, della chance, direbbero i francesi, sulla quale ricostruire una vita, fisicamente e mentalmente. Inizio a costruire quel momento, la vita é come una valigia, la riempi, la svuoti e la riempi di nuovo, di sentimenti, paure, esperienze belle e brutte. Che il viaggio cominci. Non lo dite a nessuno, ma é già iniziato, tanto tempo fa. E allora c'é solo da andare avanti, tanto questa valigia ha le rotelle!